Macro | 🦠 Di irresponsabilità e incertezza 🦠
Di epidemie vere o presunte e cinismo dei media
Buongiorno a tutti, vecchi e nuovi iscritti. Torno a scrivere su Macro, dopo molti mesi dedicati alla scrittura di un nuovo libro che uscirà a fine estate per Einaudi (una grande storia dell’umanità letta attraverso la lente delle reti di trasporti) e ad altri impegni che vi racconterò meglio in una prossima newsletter meno “a caldo” di questa.
Avevo infatti pianificato un calendario di rientro su queste pagine, ma oggi ho anticipato “impulsivamente” di qualche giorno perché credo sia importante scrivere di come i media italiani mainstream stanno raccontando l’attuale outbreak di Hantavirus Andes.
Pur non essendo un virologo e neppure, in senso stretto, un divulgatore scientifico non è la prima volta che scrivo di epidemie e informazione. In passato ho scritto, per esempio di come il giornalismo e la comunicazione italiana hanno raccontato l’inizio della pandemia da Covid o l’epidemia di Ebola del 2014 (la più grave della storia di questa malattia). Da tempi non sospetti, sono un avido lettore di testi sul tema e ho avuto la fortuna di conoscere e intervistare David Quammen in diverse occasioni, prima e dopo il Covid. Quello della comunicazione delle epidemie è un tema che mi interessa molto, sia perché mi interessano le epidemie in sé, sia perché esso tocca una questione fondamentale per la possibilità stessa di una società democratica: e ovvero la capacità di “raccontare” fenomeni scientificamente complessi a vasti pubblici senza distorcerli o strumentalizzarsi.
È un tema rilevante in sé, a prescindere dall’argomento, ma che nel caso dei virus – data la natura “angosciante” ed “esistenziale” della questione – si manifesta con particolare chiarezza.
La prima cosa da dire è che l’outbreak di Hantavirus Andes emerso sulla nave da crociera Hondius è un evento meritevole di attenzione. Non è una “bufala” né una “psicosi collettiva” inventata dal nulla. Delle persone sono morte, esistono casi confermati, le autorità sanitarie internazionali stanno monitorando la situazione e l’OMS ha correttamente attivato, con tempismo, meccanismi di sorveglianza epidemiologica internazionale. Se volete un’idea della trasparenza con cui l’OMS comunica le sue attività in merito, vi rimando a questa pagina.
Questo tuttavia non significa che siamo all’inizio di una nuova pandemia. Anzi: allo stato attuale delle conoscenze su questo virus, tutto induce a pensare che non sia così.
Ed eppure una parte rilevante del sistema mediatico italiano, da giorni sta comunicando l’oppposto (in modi più o meno espliciti): amplificando ansia, distorcendo gerarchie di rilevanza delle notizie e trasformando l’incertezza intrinseca a una situazione come questa, in un panico che allo stato attuale delle nostre conoscenze non ha nulla di giustificato.
Sappiamo che la sindrome che genera il virus ha una letalità elevata. Sappiamo anche, però, che gli hantavirus sono molto diversi dai coronavirus respiratori o dai virus influenzali. Non si trasmettono con la stessa facilità. Le evidenze sulla trasmissione inter-umana del virus Andes paiono legate a contatti stretti e molto prolungati. Sappiamo che le persone risultate positive al virus, o entrate in contatto stretto con persone positive (in fase sintomatica), sono tutte note alle autorità competenti, tanto che persino soggetti seduti all’estremità opposta di un aereo in cui una persona positiva è salita per pochi minuti sono attualmente in quarantena. Non esiste, almeno per ora, nessun segnale di una diffusione sostenuta comparabile a quella del virus SARS-CoV-2. Roberta Villa ha scritto un articolo completissimo sulla questione. Ve lo consiglio.
Sapere tutte queste cose ci dà l’assoluta certezza che l’Hantavirus Andes non sfocerà – per qualche ragione al momento ignota e poco probabile – in una epidemia più vasta o addirittura in una pandemia? La risposta (purtroppo) è: NO. E non perché le autorità sanitarie siano incompetenti o poco trasparenti. È proprio perché sono serie e trasparenti, che non possono spacciare certezze visto che ci sono ancora questioni che non sappiamo con assoluta certezza sul virus, sull’origine e sulla catena epidemiologica di questo outbreak. Come scrivevo sei anni fa nei primi giorni del COVID:
”È nella natura ironica, quasi socratica, del metodo scientifico, il fatto che per sapere deve prima “sapere di non sapere”. Di norma la transizione avviene in una sfera ristretta e specifica del “discorso” pubblico, tra le pagine di giornali accademici e dietro i vetri dei laboratori di ricerca. Nel caso di un’epidemia, l’attraversamento di questo “tunnel dell’ignoto”, per forza di cose si svolge sotto gli occhi di tutti”
Mi rendo conto che questo fatto possa spaventare o ingenerare quella che un mio caro amico ha definito una “irrazionale ansietta”. Ma è proprio perché questi argomenti possono generare una “irrazionale ansietta”, che, in questi casi, la responsabilità civile dell’informazione dovrebbe aumentare e non diminuire.
E invece quello che, per l’ennesima volta, stiamo vedendo in queste ore è esattamente il contrario: una parte significativa del giornalismo italiano sta trattando un evento epidemiologico limitato, monitorato e – allo stato attuale – relativamente contenuto come un evento gigantesco. E così oggi i due quotidiani più prestigiosi d’Italia hanno deciso di aprire le prime pagine sul tema – in assenza di fatti nuovi o di autentico rilievo – come se ci trovassimo davanti al fatto determinante del panorama globale. Non semplicemente una situazione importante da seguire – che sarebbe assolutamente legittimo – ma LA NOTIZIA. Una notizia capace di sovvertire le gerarchie di rilevanza rispetto a numerose guerre in corso, blocchi energetici con conseguenze economiche devastanti, la visita di Trump in Cina, la possibilità che cada il governo di uno dei paesi più importanti del mondo, la scelta del nuovo capo della Federal Reserve.
Ora: è davvero plausibile che il criterio editoriale sia stato la rilevanza oggettiva della notizia? O non è molto più probabile che la scelta abbia a che fare con la speculazione sull’ansia? Con l’utilizzo deliberato della memoria traumatica del Covid come dispositivo commerciale?
Lascio a voi la risposta.
Nell’ultimo decennio abbondante si è discusso moltissimo delle responsabilità dei social network nella diffusione di paranoia, disinformazione e panico. Molto meno si è parlato dell’irresponsabilità del giornalismo tradizionale nell’interiorizzare le logiche emotive delle piattaforme social: esasperazione, eccezionalizzazione permanente, collasso del contesto, monetizzazione dell’angoscia.
Con una differenza importante rispetto ai social: che il giornalismo tradizionale continua a rivendicare un ruolo di autorevolezza pubblica e di mediazione culturale. E questo rende la situazione ancora più problematica. Perché se un influencer complottista pubblica un video su un “virus che sterminerà l’umanità”, il lettore mediamente alfabetizzato possiede ancora alcuni (ma sempre meno) anticorpi cognitivi. Ma quando il medesimo meccanismo viene cinicamente attivato – anche solo per via subliminale, per esempio attraverso una scelta di gerarchia delle notizie – da testate storiche, da quotidiani nazionali, da televisioni generaliste, il confine tra informazione e sfruttamento emotivo diventa molto più sottile.
Se un monitoraggio dell’OMS viene raccontato come l’inizio di un film apocalittico, il risultato non è una cittadinanza più consapevole e pronta, bensì una massa di individui cognitivamente esausti, sempre più isolati nelle loro paranoie e sempre meno capaci di distinguere tra minacce plausibili e strumentalizzate, con tutte le conseguenze sul principio di realtà delle masse che abbiamo sperimentato durante il Covid.
Il problema, poi, è che i virus non sono gossip politico o polemiche culturali. Hanno a che fare con il corpo, la morte, la nostra estrema vulnerabilità biologica e affettiva. Toccare questi temi significa intervenire direttamente sul livello più primario dell’esperienza umana. È materiale incendiario. E di fronte a ciò che sta accadendo in questi anni, mi sembra sia il caso di dirci, una volta per tutte, che il tempo di giocare con il fuoco è finito. Da un pezzo.
Se siete nuovi da queste parti, io mi chiamo Cesare Alemanni. Mi interesso di questioni all’intersezione tra economia e geopolitica, tecnologia e cultura. Per Luiss University Press ho pubblicato una “trilogia industriale”, dedicata a logistica, industria del computing e automotive.





i giornali tradizionali sono giustamente terrorizzati dalla rete e le sue infinite velocissime manifestazioni e allora cercano di soprassare a destra la rete stessa nella spettacolarizzazione della notizia e nelle drammatizzazione dei fatti...una lotta al ribasso che non farà che indebolire la democrazia a vantaggio di scelte autoritarie
A pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca: secondo me il problema è che i giornali italiani non vogliono parlare dell'incontro tra Trump e Xi Jinping, con il primo in grossa difficoltà visti i suoi successi nell'ultimo periodo.....